// Continuità operativa

Disaster recovery per PMI: come strutturarlo in 7 passi

Un backup che gira tutte le notti non è un piano di disaster recovery. Il piano è sapere cosa riaccendere per primo, in quanto tempo, da dove, e averlo provato davvero.

In breve

Per strutturare il disaster recovery di una PMI servono sette passi: elencare i servizi critici e quanto costa fermarli, fissare per ciascuno RTO e RPO, applicare la regola dei backup 3-2-1-1-0 con almeno una copia immutabile o offline, proteggere i backup dal ransomware, scegliere dove ripartire, scrivere un runbook e testare il ripristino a intervalli regolari.

Backup, disaster recovery, continuità operativa

Sono tre cose diverse, e confonderle è il primo motivo per cui un piano non regge. Il backup è la copia dei dati. Il disaster recovery è la procedura per rimettere in piedi i sistemi informatici dopo un evento grave: un ransomware, un guasto alla sala server, un incendio, un errore umano che cancella un database. La continuità operativa è il quadro più ampio: come l'azienda continua a lavorare, anche in modo ridotto, mentre l'IT viene ripristinata.

Per una PMI il disaster recovery è la parte che fa la differenza tra un fermo di qualche ora e uno di settimane. Ed è anche quella che la normativa chiede in modo esplicito: il D.Lgs. 138/2024, che recepisce la direttiva NIS2, mette tra le misure obbligatorie la «continuità operativa, ivi inclusa la gestione di backup, il ripristino in caso di disastro, ove applicabile, e gestione delle crisi» (art. 24, comma 2, lettera c).

I 7 passi

01

Inventario e analisi d'impatto

Si parte da un elenco dei servizi, non dei server: gestionale, posta, file condivisi, produzione, sito e-commerce, centralino. Per ciascuno si chiede a chi lo usa cosa succede se si ferma per un'ora, un giorno, una settimana. È la business impact analysis, e non deve essere un documento lungo: basta una tabella con servizio, responsabile, dipendenze e impatto del fermo.

Per dare un numero all'impatto si può usare il calcolatore del costo del downtime: serve a far capire alla direzione perché investire su un servizio e non su un altro.

02

RTO e RPO per ogni servizio

Due numeri decidono tutta l'architettura (RTO e RPO). L'RTO è il tempo massimo entro cui il servizio deve tornare disponibile. L'RPO è quanti dati si accetta di perdere, misurati in tempo: un RPO di 24 ore vuol dire che un backup notturno basta, un RPO di 15 minuti richiede replica o backup molto frequenti.

Non tutti i servizi meritano lo stesso livello: il gestionale può avere un RTO di quattro ore e l'archivio storico di tre giorni. Fissarli per iscritto evita di spendere troppo dove non serve e troppo poco dove serve. Il calcolatore RTO/RPO aiuta a verificare se l'infrastruttura attuale è in grado di rispettarli.

03

Architettura dei backup: 3-2-1-1-0

La regola 3-2-1 resta la base: tre copie dei dati, su due supporti diversi, una fuori sede. La variante 3-2-1-1-0 aggiunge due condizioni che oggi contano più delle altre: una copia immutabile o offline, che nessuno può modificare o cancellare per un periodo stabilito (storage WORM, object storage con blocco, nastro o disco scollegato, cioè air gap), e zero errori nella verifica dei backup.

Sulla frequenza si ragiona dall'RPO: backup completi periodici e incrementali tra un completo e l'altro, più snapshot dove servono punti di ripristino ravvicinati. Lo spazio necessario si stima con il calcolatore di dimensionamento dei backup.

04

Proteggere i backup dal ransomware

Un ransomware moderno cerca i backup prima di cifrare i server. Se il server di backup è nello stesso dominio Active Directory, con le stesse credenziali di amministratore, va giù insieme a tutto il resto. Le contromisure sono poche e precise:

  • credenziali del sistema di backup separate da quelle di dominio, con autenticazione a più fattori;
  • repository dei backup su una rete separata (VLAN dedicata o micro-segmentazione), raggiungibile solo dal server di backup;
  • almeno una copia immutabile o offline, come al passo 3;
  • una copia della configurazione del software di backup e delle chiavi di cifratura conservata fuori dall'infrastruttura.

La guida #StopRansomware della CISA mette i backup offline, cifrati e testati tra le prime misure di prevenzione. Per stimare tempi e costi di un ripristino dopo un attacco c'è il calcolatore del recupero da ransomware.

05

Scegliere dove ripartire

Avere i dati non basta: servono macchine su cui farli ripartire. Le strade sono tre. Ripristino sullo stesso hardware, se è ancora integro: costa poco ma non copre incendi o furti. Un secondo sito, anche modesto, con un host di riserva su cui il failover è già preparato. Oppure il cloud, dove le macchine virtuali vengono accese solo quando servono.

Negli ambienti virtualizzati il lavoro è molto più semplice: con VMware e Veeam, le piattaforme con cui lavoro di più, si possono tenere repliche delle macchine critiche pronte su un secondo host o in un datacenter esterno, e ripristinare una VM direttamente dal backup in pochi minuti. Dove l'RTO è molto basso si passa all'alta disponibilità, che però è un'altra cosa: protegge dal guasto, non dal ransomware, perché replica anche i dati cifrati.

06

Un runbook scritto

Il giorno del disastro nessuno ricorda le password, l'ordine di avvio dei server o il numero del fornitore della linea. Il runbook è il documento che lo ricorda al posto tuo: chi decide di dichiarare il disastro, chi viene chiamato e in che ordine, la sequenza di ripristino (prima rete e firewall, poi Active Directory e DNS, poi database e applicativi), dove si trovano credenziali e chiavi.

Va conservato anche su carta o comunque fuori dall'infrastruttura che deve aiutare a ripristinare. E va collegato al piano di escalation e alla procedura di notifica degli incidenti, se l'azienda rientra nella NIS2.

07

Test di ripristino, regolari e documentati

Un backup mai ripristinato è un'ipotesi. Il test minimo è recuperare qualche file e una macchina virtuale in un ambiente isolato, verificando che si avvii e che i dati siano coerenti. Una volta l'anno conviene una prova completa del runbook, con le persone che lo dovrebbero eseguire davvero, misurando i tempi contro l'RTO.

Ogni test si chiude con un verbale: data, cosa è stato ripristinato, quanto tempo è servito, cosa non ha funzionato. È la prova da mostrare a un auditor NIS2 o ISO 27001, ed è il modo più rapido per accorgersi che qualcosa è cambiato. Le simulazioni di crisi servono a testare anche la parte organizzativa.

Un punto di partenza per dimensione

La tabella è indicativa: i valori giusti escono dall'analisi d'impatto del passo 1, non dalla dimensione dell'azienda. Serve a capire l'ordine di grandezza di cosa ha senso mettere in piedi.

RealtàBackupCopia protettaDove ripartireTest
Micro impresa, pochi PC, servizi in cloudBackup dei dati cloud (posta, file) con un servizio dedicato; NAS locale per i PCCopia su cloud diverso dal fornitore principale, con conservazione bloccataPC nuovi + ripristino dal cloudRipristino di file a campione ogni trimestre
Piccola impresa, uno o due server virtualizzatiBackup giornaliero delle VM, incrementali durante il giorno se l'RPO lo richiedeRepository immutabile o disco/nastro a rotazione fuori sedeHost di riserva o ripristino in cloudAvvio di una VM in ambiente isolato ogni trimestre, prova completa annuale
Media impresa, più sedi, servizi criticiBackup delle VM più repliche delle macchine criticheCopia immutabile in un secondo datacenter o in cloudSecondo sito con failover preparatoTest periodici per servizio, prova completa del runbook almeno annuale

Cosa chiedono le norme

  • NIS2 (D.Lgs. 138/2024). Per i soggetti essenziali e importanti la continuità operativa, con backup e ripristino in caso di disastro, è una misura obbligatoria. Le specifiche di base dell'ACN la traducono in requisiti verificabili: li trovi spiegati nella pagina sulle misure di sicurezza NIS2. Se non sai se la tua azienda rientra nel perimetro, parti da chi deve adeguarsi.
  • GDPR. L'articolo 32 chiede, tra le misure di sicurezza, la capacità di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l'accesso ai dati personali dopo un incidente fisico o tecnico. Vale per tutte le aziende, non solo per quelle NIS2. Approfondimento nella voce GDPR del glossario.
  • Standard di riferimento. La ISO/IEC 27001 dedica controlli specifici a backup e continuità, la ISO 22301 è lo standard sulla continuità operativa, e la guida NIST SP 800-34 è un buon modello, gratuito, per scrivere il piano.

Gli errori più comuni

  • Il backup controllato solo dal log. «Backup eseguito» non vuol dire «backup ripristinabile». Senza test di ripristino non si sa.
  • Backup raggiungibili con le credenziali di dominio. È la prima cosa che un attaccante cerca.
  • Considerare il cloud un backup. Microsoft 365, Google Workspace e i gestionali in cloud garantiscono che il servizio funzioni, non che tu possa recuperare un dato cancellato o cifrato mesi fa. La responsabilità dei dati resta del cliente.
  • Un piano che vive solo nella testa dell'IT. Se la persona che sa come ripristinare è in ferie o se n'è andata, il piano non esiste.
  • Mai aggiornato. Un nuovo applicativo o una nuova sede cambiano dipendenze e priorità: il piano va rivisto a ogni cambiamento importante e almeno una volta l'anno.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra backup e disaster recovery?

Il backup è la copia dei dati. Il disaster recovery è il piano per rimettere in funzione i sistemi dopo un evento grave: comprende i backup, ma anche dove ripartire, in che ordine, con quali persone e in quanto tempo.

Ogni quanto va testato il piano di disaster recovery?

Un test di ripristino parziale (file e una macchina virtuale) almeno ogni trimestre, e una prova completa del runbook almeno una volta l'anno o dopo ogni cambiamento importante dell'infrastruttura. Ogni test va documentato.

Basta un NAS in ufficio per il backup?

No. Un NAS nella stessa stanza dei server non protegge da incendio, furto o ransomware, che spesso raggiunge anche il NAS attraverso la rete. Serve almeno una copia fuori sede e una copia immutabile o scollegata.

Se uso Microsoft 365 o un gestionale in cloud mi serve comunque un backup?

Sì. Il fornitore garantisce la disponibilità del servizio, ma il recupero di dati cancellati, sovrascritti o cifrati oltre i periodi di conservazione previsti dal servizio resta responsabilità del cliente. Un backup indipendente su un altro fornitore risolve il problema.

La NIS2 obbliga ad avere un piano di disaster recovery?

Per i soggetti che rientrano nella NIS2 sì: l'art. 24 del D.Lgs. 138/2024 include tra le misure obbligatorie la continuità operativa, con gestione dei backup e ripristino in caso di disastro. Per tutte le aziende, il GDPR chiede comunque di poter ripristinare tempestivamente i dati personali.

Il tuo piano reggerebbe un ransomware?

L'autovalutazione gratuita sulle misure ACN include backup e continuità. Per una verifica sull'infrastruttura reale, scrivimi.

Parliamone

Le altre guide NIS2

Aggiornata al 30 ottobre 2026. La guida descrive un metodo di lavoro; gli obblighi di riferimento possono cambiare: prima di prendere decisioni operative verifica il testo del D.Lgs. 138/2024 e le comunicazioni sul portale NIS dell'ACN.

Tag