Lasciamo il lago rosa e il cartello del permesso ancora negli occhi. Si parte davvero. Il fuoristrada bianco ci aspetta al parcheggio della guardia forestale, un Toyota Land Cruiser Prado con le gomme già sgonfiate per la sabbia molle: da qui in avanti si guida solo così, dentro il Namib-Naukluft National Park, verso Sandwich Harbour, un'ottantina di chilometri a sud di Walvis Bay.

Trenta gradi di pendenza

La pista sale su creste di sabbia che sembrano non finire mai, con tornanti che il fuoristrada affronta di lato, inclinato di trenta o quaranta gradi, la pendenza tipica di queste dune costiere dove la sabbia non si è mai davvero assestata. Sotto le ruote, orme di scarponi e solchi di pneumatici si intrecciano su una duna dopo l'altra: qualcuno ci è passato poco prima di noi, altri lo faranno subito dopo. Nessun vento. Il sole è già alto e batte forte, mentre l'autista si ferma un paio di volte per lasciarci scendere e camminare sul crinale.

Il punto dove le dune cadono nell'Atlantico

Poi arriva il punto per cui si viene fin qui: la duna finisce di colpo, e sotto non c'è più sabbia ma acqua. Niente di banale. A Sandwich Harbour le dune superano i cento metri di altezza e cadono dritte nell'Atlantico, senza spiaggia a fare da cuscinetto, un fenomeno raro anche per gli standard della Namib. Sotto, la laguna si allunga per quasi quattro chilometri, separata dal mare aperto da lingue di sabbia e saline: l'acqua che la alimenta non arriva da nessun fiume in superficie, ma filtra sotto le dune dalle falde del deserto, ed è per questo che i canneti crescono dove tutto intorno c'è solo sabbia. Il parco è zona umida Ramsar dal 1995, e si vede: anche da qui, in alto, si distinguono le sagome di uccelli migratori sulla riva.

Su una delle creste più esposte, con l'oceano alle spalle e la schiuma delle onde che si infrange proprio sotto i piedi, dove le impronte di chi è passato prima si mescolano ai solchi lasciati dalle ruote, alzo le braccia per una foto. Vittoria, vera. Non è retorica: è la sensazione autentica di essere arrivato in un posto che, fino a poche ore prima, avevo solo visto scritto su un cartello di divieto, in fondo a un sentiero che ci eravamo fermati a guardare senza attraversarlo.

Il ritorno, tra il cielo e la sua copia

Il ritorno passa da una pista diversa, più bassa, che costeggia le saline allagate dalla marea. In un punto l'acqua è così ferma da diventare uno specchio perfetto: le nuvole si riflettono senza una piega, al punto che è difficile capire dove finisca il cielo e dove cominci la superficie. Nessun altro segno. Proprio lì, piantato su due pali in mezzo al nulla, c'è un cartello triangolare con l'icona di un camion che sbanda: strada scivolosa, avvertimento reale più che decorativo, l'unico segno umano per centinaia di metri in ogni direzione.

Di nuovo da Anchors, stavolta dentro

La sera torniamo di nuovo da Anchors, ma stavolta non sul molo: ci sediamo in una sala interna con le pareti rivestite di azulejo blu e bianco, tovaglie bianche e un'illuminazione più calda di quella del tramonto sull'oceano di due giorni prima. Il menu cambia poco, e va bene così: altre ostriche gratinate, questa volta accompagnate da vongole cotte al vino bianco e aglio in un tegame fumante, e ancora pane, tagliato e gratinato. Poi arriva un piatto di polpo e calamari alla griglia, con peperoni e un cestino di patatine a parte, e un curry di carne con riso bianco profumato di coriandolo fresco. Fame vera. Fuori, sul tavolo, restano solo un telefono spento e una forchetta appoggiata su un tovagliolo: la giornata delle dune è finita.